I SOLISTI E L’ORCHESTRA

F. MENDELSSOHN BARTHOLDY: CONCERTO PER VIOLINO E ORCHESTRA in mi minore op. 64 – Vl. solista DANIELE ORLANDO

C. CHIACCHIARETTA: ORIA 1944 – Fis. solista CESARE CHIACCHIARETTA

R. RUGGIERI: LA VITA DELLE COSE – Fis. solista MARCO GEMELLI

Il Concerto per violino e orchestra in mi minore op. 64 (Allegro molto appassionata – Andante – Allegro molto vivace) di Mendelsshon fu e rimane uno degli evergreen dei repertori internazionali e uno dei capisaldi della letteratura per lo strumento. Come la gran parte dei Concerti di epoca romantica, anche questo illustra a pieno titolo la collaborazione tra compositore e interprete, in questo caso il violinista Ferdinand David, primo violino dell’Orchestra del Gewandhaus. Nel luglio 1838 Mendelssohn scriveva all’amico: «Vorrei proprio scrivervi un Concerto per violino per il prossimo inverno, ne ho in testa uno in mi bemolle, il cui inizio non mi lascia un minuto di pace». Ma dovette passare un anno prima che il compositore facesse di nuovo allusione alla sua proposta, e solo come risposta ad un nuovo invito di David: «È molto gentile da parte vostra reclamare da me il Concerto», scrisse nell’agosto 1839, «e io ho il più vivo desiderio di scrivervene uno, ma il compito non è semplice. Voi lo vorreste brillante, e come credete che uno come me lo possa! Il primo assolo deve essere tutto nella tonalità di mi». Celiando, Mendelsshon alludeva forse al carattere più osservato che permeava il suo primo tentativo nel genere, il Concerto in re minore, scritto nel 1822 a soli tredici anni, in cui è manifesta l’impronta bachiana anche se già smaliziata la conoscenza dello strumento. L’opera tuttavia non fu completata che nel settembre 1844, durante un soggiorno di convalescenza a Soden, presso Francoforte sul Meno, e continuamente perfezionata prima di darla all’editore per la stampa nel dicembre. Conobbe la sua prima esecuzione, assente l’autore ammalato, il 13 marzo 1845 con David e sotto la direzione del danese Niels Cade. Il 3 ottobre 1847 Mendelsshon potè invece ascoltarlo nell’esecuzione del giovane Josef Joachim, appena un mese prima di morire.Lavorando al Concerto Mendelssohn consultò regolarmente il violinista sia per questioni di struttura formale e di dettagli che sugli aspetti pratici della scrittura per solo. Di più, una buona parte della cadenza del primo movimento come noi la conosciamo, si crede sia stata scritta proprio da David. Il carattere esecutivo del pezzo, tuttavia, è legato all’equilibrio che deve instaurarsi tra virtuosismo e rigore, in una asciuttezza che non ammette sbavature sentimentali pur nell’ampia retorica espressiva romantica.

L’Oria fu costruito nel 1920 nei cantieri Osbourne, Graham & Co di Sunderland. Era un piroscafo da carico norvegese, della stazza di 2127 tsl, di proprietà della compagnia di navigazione Fearnley & Eger di Oslo. All’inizio della seconda guerra mondiale fece parte di alcuni convogli inviati in Nord Africa, e fu lì, a Casablanca, che fu internato nel giugno del 1940, poco dopo l’occupazione tedesca della Norvegia. Un anno dopo la nave fu requisita dalla Francia di Vichy, ribattezzata Sainte Julienne e data in gestione alla Société Nationale d’Affrètements di Rouen; passò poi in Mediterraneo. Nel novembre del 1942 fu formalmente restituito al proprietario e perciò ribattezzato Oria; ma subito dopo fu affidato alla compagnia tedesca Mittelmeer Reederei GmbH di Amburgo.
Nell’autunno del 1943, dopo la resa delle truppe italiane in Grecia, i tedeschi decisero di trasferire le decine di migliaia di prigionieri italiani via mare. Questi trasferimenti vennero effettuati usando spesso carrette del mare, stipando i prigionieri oltre ogni limite consentito, e senza nessuna norma di sicurezza. Diverse navi affondarono, per attacco degli Alleati o per incidente, con la morte di migliaia di prigionieri.
L’Oria fu tra le navi scelte per il trasporto dei prigionieri italiani. L’11 febbraio del 1944 partì da Rodi scortata dalle torpediniere TA 16, TA 17 e TA 19, diretto al Pireo con a bordo 4046 militari internati (43 ufficiali, 118 sottufficiali, 3885 soldati), 90 tedeschi di guardia o di passaggio e l’equipaggio, ma l’indomani, colto da una tempesta, affondò presso Capo Sunio. I soccorsi, ostacolati dalle pessime condizioni meteo e giunti pertanto il giorno seguente alla tragedia, consentirono di salvare solo 37 italiani, 6 tedeschi, un greco, 5 uomini dell’equipaggio, incluso il comandante Bearne Rasmussen e il primo ufficiale di macchina. Tutti gli altri persero la vita.
Nel 1955 il relitto fu smembrato dai palombari greci per recuperare il ferro, mentre i cadaveri di circa 250 naufraghi, trascinati sulla costa dal fortunale e sepolti in fosse comuni, furono traslati, in seguito, nei piccoli cimiteri dei paesi della costa pugliese e, successivamente, nel Sacrario dei caduti d’Oltremare di Bari. I resti degli altri imbarcati rimangono sepolti in quelle stesse acque.
Nel 1999 il subacqueo greco Aristotelis Zervoudis individuò la posizione di quanto rimane del relitto dell’Oria, organizzando una serie di spedizioni subacquee di rilevanza tale da spingere il Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, a nominarlo nel 2017 Cavaliere dell’Ordine della Stella d’ Italia, una delle più elevate onorificenze che possa essere concessa dalla Stato Italiano ad un cittadino straniero.
Fra le vittime del naufragio figura Cesare Achille Chiacchiaretta, nonno del compositore, a cui è dedicato il brano.
Si tratta di una composizione fortemente descrittiva, che riavvolge in un unico nastro l’angoscia della guerra, le atmosfere bizantine, la tragedia del piroscafo.

“Le cose non hanno vita. Le cose però raccontano la vita con il loro vissuto e per questo l’acquistano.”
Cinque momenti costruiti con soluzioni che coniugano l’esperienze jazz, world e classica del compositore e che servono le sonorità della fisarmonica solista chiamata anche a improvvisare.
Lo scorrere della vita è simboleggiato da un incedere di marcia sempre più ricco di eventi (cose) melodico-ritmici, fino all’apice finale.
Vi sono diversi elementi nella composizione che la rendono fresca e alternativa a proposte jazzistiche o classiche tout-court. Il fatto di dare al solista la possibilità di “improvvisare” nonostante vi sia in partitura una “improvvisazione scritta o personalizzabile” qualora decidesse di non farlo.
La scrittura armonica non basata sull’atonalità e neanche sull’armonia tonale di base, richiamando appunto armonie modali di ambito jazzistico senza però utilizzare tensioni troppo “afro-americane” inadatte alle sonorità orchestrali.
La fisarmonica è paradossalmente uno strumento giovane in questo ambito e la sonorità complessiva rappresenta una “novità” di rilievo in ambito concertistico.

INFO 0859066736

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